Titolo della fanfiction: Little Story
Genere: Romantico, Drammatico, Triste, Introspettivo, Generale.
Rating: PG13
Serie da cui è tratta la fanfiction: Pokemon
Capitolo: 1, 2.(raggruppamento di varie one shot, quindi di vari capitoli.)
Conclusa o No: No.
Avvertimenti: Raccolta. Ovvero una raccolta di verie one shot.
Capitolo 1:
Roses
Ricordami.
Ricordami semplicemente quand’è stata l’ultima volta che ho potuto seriamente pensare a te, rivederti.
E.. e a pensare… che tutto è partito da una rivalità.
Quasi assurda, in realtà, non ho ma capito perché tra tante persone ho scelto proprio te.
Inafferrabile.
Tutti mi stimano, acclamano, ritengono un idolo.
Le donne impazziscono per me, mi assalgono mi chiedono autografi. Come sempre, come una solita e monotona melodia.
Mi sei sfuggita talmente tante volte di mano, che non riesco quasi a tenerne il conto sulle dita.
Tutte quelle volte.
Ma io ci ho provato.
Spesso.
Sempre.
Così allegra e pura, il tuo concetto di vita è ben diverso dal mio, lupo solitario che cammina sempre solo alla ricerca di una qualche vera gloria, alla rincorsa del suo sogno.
Anche tu certo, sempre in gruppo con i tuoi cari compagni con tuo fratello.
Vorrei solo avere un'altra occasione, e se non fossi stato tanto timido chiederti di venire a viaggiare con me verso la regione di Jhoto.
Non sarebbe stato tanto male averti al mio fianco.
Ma forse è giusto così, noi siamo rivali.
Solo e soltanto rivali.
Ma non è questo che volevo.
Tutta via, per quanto possiamo esserlo, ho sentito forti sensazioni in me, che vanno oltre quel concetto.
Quando posso starti vicino, quando posso parlare con te io… io provo felicità. Credo, non ne sono ben sicuro.
Perché per quanto mi ritengo di essere il migliore e sapere tutto, io non so nulla.
Proprio nulla.
Ormai il viaggio nella regione di Kanto è finito anche per te.
Ma ora il bivio ti si presenta davanti.
O il nuovo continente continuando a viaggiare in compagnia del tuo gruppo, o finalmente imparare a cavartela da sola e affrontare le gare di Jhoto.
Non so cosa sceglierai… ne se a me deve importare molto, ma questo pensiero è inevitabile, vorrei continuare a seguire ogni tuo progresso, ogni tua mossa, ma soprattutto starti accanto ancora.
Forse, nemmeno sai quanto fui felice quando eravamo soli, e riuscivamo a parlare insieme, e magari potevo anche provare a comprenderti.
Ma solo provare.
Perché realmente non potrò mai comprenderti.
Troppo diversa da me.
Per questo posso solo provare.
Quanto odio questa parola.
Vorrei poter riuscire in tutto, cavarmela in ogni situazione, uscirne sempre vincitore, con il mio trofeo.
Al momento però, il mio trofeo è completamente inafferrabile.
Eppure sono sicuro che prima o poi riuscirò a prendere anche te.
Inizialmente eri solo una pivellina, pronta a far di tutto pur di superarmi e diventare una brava coordinatrice…
Se penso che nemmeno sapevi come si lanciava un attacco mi vien da ridere.
Perché nella mia natura sono così, bastardo per mascherare i sentimenti.
Sentimenti.
Chi lo avrebbe mai detto?
Chi avrebbe mai detto che avrei provato per una così qualcosa?
Quando sono con lei mi sento totalmente bene, come se fosse la persona che più può capirmi al mondo, la desidero, la desidero ancora accanto a me, voglio continuare a sfidarla a confrontarmi.
E ora, mi ritrovo al centro di questo palco, vuoto, nell’arena spenta di questa città.
E’ totalmente vuoto.
Mi sento solo.
Terribilmente solo.
Eppure lo sono sempre stato.
Ma ora non voglio più esserlo.
Perché sono sicuro di essere cambiato.
Alzo gli occhi al soffitto.
Ma sento dei passi, non mi interessa sapere chi è, tanto nessuno è poi così importante da meritarsi un mio sguardo.
Un mio sguardo non lo merita nessuno alla fine? Chi sono per dire così?
La rabbia per non essere mai riuscito a dirti quel che provo, mi fa mangiare, logorare, vorrei poter correre e venirti a chiedere cosa pensi di me…
Sempre ammesso che ti ricordi di me.
Stringo i pugni e mi sdraio definitivamente sul pavimento, con gli occhi aperti nel buio.
La presenza nella stanza si avvicina a me.
Ma mi sento ugualmente come se fossi solo.
Non ci voglio nemmeno fare caso.
Chiudo gli occhi.
Due mani si appoggiano sul mio petto, li riapro di scatto.
Una ragazza agli occhi azzurrissimi mi sta fissando, intensamente, incantandomi.
Rimango con le labbra socchiuse, gli occhi sgranati e le pupille dilatate.
Così bella quella figura, benche fossi in penombra ti ho riconosciuta.
Mi rilasso sotto le tue mani calde che appoggiare sul mio petto mi confortano, sorridi, posso notare la luce che si riflette nei tuoi occhi e illumina appena le tue labbra dolci, e che mi paiono morbide.
Sogno solo di poterle sfiorare almeno una volta, di poterle toccare con le mie…
Ma da quando?
Quando faccio questi pensieri?
Da quando desidero tanto poter ricevere un bacio?
Da quando il duro, freddo, sbruffone Drew si riduce a questo?
Ma poi sottomettersi all’amore è normale?
Ti chini su di me, ti vedo, sei bellissima, come ti ho sempre voluta, così piena di mistero, dolce.
Mi chiami.
- Drew?- sento che invochi il mio nome.
Fallo ancora.
E’ troppo piacevole.
Togli le mani e mi fai mettere seduto.
- Accidenti, pensavo tu stessi male, ti ho visto rosso in faccia.. poi gli occhi lucidi.. non avrai la febbre?-
Tale ingenuità…
Un ingenuità così dolce, stressante.
Sorrido un poco.
- Sto bene.- Ti afferro la mano e tu arrossisci.
Ti rendi conto che la situazione non è al massimo della normalità, e in effetti non lo è.
L’altra mano te l’appoggio dietro il capo.
Socchiudi gli occhi, quasi tremi, per una volta hai capito le mie intenzioni.
Mi avvicino, sempre di più, sussurrando qualcosa di dolce.
E poi l’impatto.
Sento la tua agitazione, tremi sotto le mie labbra, quasi stupita.
No anzi, stupita.
Ti stringo baciandoti, i nostri corpi sono a stretto contatto, ma non ti ribelli a me..
E’ così dolce questo bacio.
Non credevo potessi arrivare a tanto, a desiderarti così profondamente, non lo credevo proprio.
Il tempo è come sospeso.
Se non perdessi fiato rimarrei così per ore, desiderando altri momenti come questo.
Mi stacco e tu ti tocchi con la mano destra le labbra.
- D.. drew…- Ti manca il coraggio di parlarmi e mi guardi.
Posso riuscirci.
Posso sconfiggere definitivamente la timidezza e la mia identità che nasconde il vero me.
Perché il vero me c’è, e c’è sempre stato ma mascherato da qualcosa di incerto.
Ci sono decisioni da prendere all’istante, da dire: O ora o mai più.
- Vera… io.. io …-
Sono calamitato.
Attratto.
Dal tuo fascino nascosto in quella posa.
- Ti amo.-
Naturalmente cerco di dirtelo con più naturalezza possibile, quasi con la mia solita velatura di fascino.
E forse ci sono anche riuscito.
Estraggo una rosa chinandomi ancora vicinissimo a te.
Una delle mie solite rose rosse.
La prendi fra le mani.
- Posso essere tagliente come la spina di una rosa, o delicato come un suo petalo, scegli tu il lato che vuoi di me, se intendi distruggerla o buttarla potrai farlo, in quel caso significherà che non mi vuoi.-
Non so nemmeno io da dove mi uscivano quelle parole.
Ma una cosa è certa, ero davvero come una rosa.
Delicata ma allo stesso tempo rude, di classe ma anche violenta.
- S.. sai perché sono qui Drew?- mi chiedi, riprendendoti un poco.
Ti porti la rosa all’altezza delle labbra sentendone l’odore dolce del profumo, con l’altra mano ne tocchi i petali rossi prendendone uno che si stacca e rinchiudendolo nella tua mano.
Posso leggere sulle tue labbra un lieve e dolce sorrisetto, quasi beffardo.
- ho deciso di partire per Jhoto.- affermi poggiando la tua mano sulla mia.
Penso che quella risposta equivalesse ad un: “anch’io ti voglio bene”, ma non ne sono pienamente sicuro.
Fatto sta, che ti alzi e mi baci dolcemente sulla guancia e esci dall’arena.
E io, come un pivello cretino, rimango li, ad osservarti mentre te ne vai, certo che ci saranno altri momenti come questo, così magici e unici, momenti da ricordare.
Ma questo verrà con il tempo…
Intanto posso solo pensare che tu mi sei vicina, che saremo sempre i soliti rivali, e che oggi è come se non fosse accaduto niente…
Più o meno.
Fine? No è solo l’inizio.
Allora ho deciso di fare una raccolta di one shot, o meglio quelle cavolatine che mi vengono in mente dopo aver visto gli epi Jappo.
Sono stata ispirata per questa quando ho visto l’ultimo epi trasmesso giovedì scorso: Vera e Drew rivali per sempre. Mi ha colpito moltissimo sto epi.
Bè spero tanto in qualche commento, anche critiche se proprio volete XD
Baci Ashley
Capitolo 2:
Letter
*° Pensando come nel vuoto rileggo queste parole.
Una lettera che mi inviasti tempo fa, così posso entrare nella nostalgia dei ricordi.
Sono ancora troppo lontana da te, voglio accorciare le distanze, trovarmi sempre più vicina a te… Non riesco ancora a capire se quei dannatissimi sorrisi mi sono stati rivolti con qualche sentimento in più alla solita e vaga amicizia.
Trattengo le lacrime, so che un giorno tornerai, so che un giorno potrò vederti ancora, non voglio più limitarmi ad un telefono o a rileggere milioni di volte inutili pezzi di carta.
No, non sono inutili.°*
Lo stringo a me e penso a quelle parole.
“Ciao, come va? A me tutto bene…”
Poi tutto il resto non contava, raccontava del suo viaggio, di Vera Brock e Max…
Il “Mi manchi davvero tanto, ma spero vada tutto bene” era presente in ogni lettera.
Quello che conta è che senta che io sono con lui, quell’ingenuo ragazzino di 15/16 anni non ancora cresciuto…
Perché lui in parte è ancora un bambino.
Mi ha sempre considerata la sua migliore amica, lui considera chiunque un amico, e non credo che possa essere cambiato dall’ultima volta che l’ho visto.
Non credo proprio.
Ormai non dovrebbe mancare molto al suo ritorno, tanto vale mettersi l’anima in pace e credere, sperare, in un suo cambiamento. Io, dal mio canto, so di essere cambiata, e di aver finalmente capito che cosa provo, che cosa sento.
E forse grazie a questo la mia agonia potrà cessare, e quando sarai cresciuto potrò essere premiata del tempo in cui ti ho atteso, sperato e desiderato.
*° Il desiderio di averti accanto sta diventando sempre più forte, il mio cuore batte, devo averti, tu mi senti vero? Puoi percepire le mie emozioni? Puoi sentire le mie lacrime a distanza?°*
Una persona di parola, questo è vero, lo è sempre stato.
Mi promise che un giorno sarebbe tornato, sarebbe tornato da me, e non io da lui, ma non sapevo se sarebbe tornato per restare, o come al solito per poi partire e farmi ricadere nel mio lago di malinconia.
Perché quando litigavamo io mi sentivo bene. Strano no quanto si possa rimpiangere il passato? Ormai ho realizzato il mio sogno, ma ho ancora bisogno di te…
In realtà ho sempre avuto bisogno di te.
Vorrei solo farti capire quanto il tempo possa passare lento, essere così tagliente da ferirti nel profondo.
Ti scrivo queste parole come risposta mentre tengo ancora presente davanti a me la tua lettera.
Sembrerà stupido quanto possa essere difficile scrivere semplici parole come queste, e sembrerà altrettanto stupido pensare che lui magari nemmeno potrebbe interpretarle…
Domandarsi se è cresciuto poi a che serve?
Se uno è diretto, oramai, dovrebbe capirlo.
Avrei preferito non esprimere i miei sentimenti in questa maniera, ma non voglio che me lo portano via, lui è l’unica persona che amo veramente… Nessun altro.
*°Sai, sono fiera di essere una capopalestra ma non puoi nemmeno immaginarti quanto desidero tornare a viaggiare con te, per poter divertirmi ancora…
Rimpiango come pochi quei bei vecchi tempi in cui mi distrussi la bici.
Tu ora, sicuramente mi prenderai per pazza, eh si, perché sai bene quanto amo fare l’allenatrice di pokemon d’acqua, ma sai bene quanto me che senza di te non ce l’avrei mai fatta, come non avrei mai avuto amici, come mi sarei abbattuta subito probabilmente rinunciando a ciò che ho sempre sognato°*.
Orgogliosa come mi ritrovo è stato difficile ammetterlo anche per me, senza di lui per le mie sorelle sarei rimasta sempre e comunque una nullità…
*°Non so come, ma mi hai aiutata a crescere, non chiedermi come, non conosco nemmeno io la risposta.
Sai, mi sento tanto in imbarazzo a scriverti alcune parole che rimangono, e mi rendo conto che ci stò girando irrimediabilmente intorno, ho paura, ho paura di un tuo rifiuto, ma forse, se sei maturato hai già capito.°*
E ora per me è il conto finale da pagare. Se solo fosse facile fermare questa mano che sta tremando come non mai, se solo fosse facile fermare questo cuore che batte all’impazzata, fermare il tempo, oppure farlo tornare indietro…
Se tutto fosse così facile, se tutto fosse così possibile.
Se esprimere sentimenti fosse solo un gioco… avrei potuto dirglielo prima.
*°Ormai, è inutile negare che ti vorrei sempre con me, che vorrei sempre poterti abbracciare, si è questo che voglio, il conforto dove solo da te l’ho trovato.
Perché io ti voglio bene… °*
Poche semplici parole difficili da scrivere.
Faccio un piccolo sorriso.
Quando questa lettera arriverà fra le sue mani probabilmente sarà già qua, trionfante –spero-.
*°Aspetto solo un tuo ritorno adesso, una tua risposta.
Ora sai cosa penso di te, per me non sei solo un amico ma molto di più, decisamente di più.
Ora, ti saluto, quando questa lettera finirà nelle tue mani forse sarai già qua.°*
*°Ps: Il giorno prima di partire per Hoenn e che io tornassi a casa, mi avevi detto che il destino ci aveva fatto incontrare.
Io in quelle parole ci credo ancora.°*
Ti saluto Ash. Tua Misty.
Non mi resta che aspettare.
Ma forse non sempre serve aspettare…
Sento delle mani che mi prendono da dietro sulle spalle, dei guanti neri.
Io conosco quelle mani.
Poi un bacio molto dolce, e la sua risposta.
La sua risposta.
End
Ecco a voi la seconda One Shot, non è un granché, ma spero vi piaccia lo stesso, se volete seguire anche altre mie fanficion stò scrivendo: Oggetti, Talismani e Pozioni! Credete nel loro potere? È una fanfic abbastanza sentimentale, e anche strana per certi versi, una Ash x Misty naturalmente, che rimarrà sempre la mia preferita.
La prossima One Shot che scriverò invece sarà dedicata al Team Roket, poi senz’altro ne riscriverò sulla pokeshipping e la contest!
Grazie a tutti per le recensioni, sono davvero felice di riceverne e spero che me ne farete altre anche per questa ^^
Kiss Ashley.
Inauguriamo questo blog XD
Titolo della fanfiction: Se solo fosse vero
Genere: romantico, introspettivo, triste
Rating: R
Serie da cui è tratta la fanfiction: Pokemon
Capitolo: capitolo unico (è una oneshot)
Conclusa
Avvertimenti: accenni lemon
Se solo fosse vero
Libera da catene forse avute mai
Stanotte vado via, e mi costa e non lo dirò mai
Senza rimpianti, senza ipocrisie
Guardando avanti con la malattia
Di te che non ho avuto proprio mai come volevo…
(Valentina Gautier, Libera)
Hai ventisei anni e il passato è morto e sepolto, per te.
Questo, almeno, è quello che continui ininterrottamente a ripeterti, pensando che prima o poi finirai per convincertene.
Ricordi i pomeriggi passati davanti al telefono sperando che squillasse. Ricordi le corse per controllare la posta e ricordi i pianti, per quelle lettere che non sono mai arrivate. Ricordi come, alla lunga, sei arrivata a pensare ogni volta Va bene, ora basta, da domani la faccio finita. Eppure, ogni domani che veniva, di nuovo ti ritrovavi a guardare il telefono che non squillava mai.
Eppure ancora ti ritrovavi a segnare sul calendario i giorni che passavano con un pennarello nero, pensando ad ogni segno tracciato sulla carta che era un giorno in più senza di lui.
A diciassette anni non solo eri ancora vergine, ma non avevi mai nemmeno baciato un ragazzo.
Certo, ci sono stati uno o due ragazzi che hanno accelerato un po’ il battito del tuo cuore (anche se non come ci riusciva lui, ti verrebbe da pensare; pensiero che ti affretti a cacciare via). Uno di loro ti ha regalato un biglietto per il concerto di un gruppo pop che allora ti piaceva molto. Voleva che tu ci andassi con lui, naturalmente. Hai tentennato un po’ e poi hai accettato. Si chiamava Steve, te lo ricordi bene; come ricordi i suoi occhi azzurri e le lentiggini chiare che aveva sul viso.
Due ore prima del concerto l’hai chiamato per disdire.
Per il tuo diciottesimo compleanno le tue sorelle hanno organizzato una festa per te. Senza che tu gliel’abbia lontanamente chiesta.
Sei in piedi in mezzo ad una sala strapiena di persone che avrai visto sì e no due volte e indossi un vestito che all’improvviso ti sembra troppo corto. Ti senti ridicola e vorresti andartene. Poi ti si avvicina un ragazzo che tu neanche conosci.
«Hai dei begli occhi.» ti dice, e tu gli sorridi.
Forse sarà stato che avevi bevuto uno o due bicchieri di troppo; ma venti minuti dopo eri in camera tua, avvinghiata a lui, sul piumone che si spiegazzava sotto il peso dei vostri corpi. Non sapevi neppure il suo nome, ma le sue braccia che ti stringevano ti facevano sentire per la prima volta una ragazza come le altre.
Quando ha provato ad infilarti una mano sotto la gonna l’hai spinto giù dal letto, furente e umiliata.
«Pensavo ci stessimo divertendo.» ti ha detto lui, guardandoti come se di colpo gli facessi schifo.
«Vaffanculo.» gli hai urlato, con le lacrime agli occhi, e gli hai lanciato addosso il cuscino. Lui se n’è andato dandoti della troia.
Hai preso il pennarello nero e hai cancellato quel giorno dal calendario.
A ventidue anni hai incontrato un uomo pronto a darti tutto quello che tu hai sempre offerto a un’altra persona.
Sei in un bar, alla fine di una sera che ti sembra non abbia altro da offrire. Ti appoggi al bancone e ordini una tequila tonic. Finisci di bere ed appoggi sul bancone il bicchiere vuoto. Devi guidare, ma ti dici che l’alcol lo reggi bene e stai per ordinarne un altro.
«Un’altra tequila tonic per la signorina.» dice l’uomo di fianco a te. Ha una voce gentile, e profondi occhi nocciola sotto una zazzera castana e un po’ spettinata. Senza neppure rendertene conto ti ritrovi a sorridergli.
Lo ringrazi, gli dici che non doveva, e lui ride. Poi continuate a parlare.
Lui si chiama Bill Steiner, ha ventiquattro anni ed è uno scrittore. E non uno di quei sognatori a tempo perso che inseguono un’aspirazione: lui un romanzo l’ha pubblicato davvero. Più di uno, in verità. Non ha la presunzione di definire i suoi lavori dei best-seller; ma ne ricava abbastanza da potersi permettere senza remore qualche piccolo lusso.
Rimanete a parlare fino a tarda notte, fino a che il locale si svuota. Bill si offre di accompagnarti a casa e tu accetti. La sera dopo torni nello stesso locale, e il tuo cuore batte un po’ più velocemente mentre ti domandi se lui ci sarà.
Lui c’è, e così è anche le sere successive. Con lui stai bene, e non soltanto perché non dà segno di pretendere da te qualcosa di più. Così, quando infine una sera lui ti ruba un bacio, tu non te la prendi. Anzi; rimani a guardarlo allontanarsi, in piedi sul portone, con le guance rosse come una ragazzina ed il sorriso sulle labbra.
*
Le sere successive vi baciate ancora. Bill ha un modo di guardarti e di toccarti che lentamente inizia a farti pensare che, forse, lui potrebbe colmare il vuoto che hai nel cuore.
Ma il vuoto rimane. Più nascosto, meno doloroso; le parole e le carezze di Bill l’hanno spinto lontano, imprigionandolo in un angolo di te. Sai che non se ne andrà mai veramente. Credi, però, che alla lunga imparerai a conviverci.
La prima volta che Bill ti chiede di rimanere da lui sei nervosa e intimorita. Quando senti il tintinnio delle chiavi contro il legno della porta vorresti scappare a nasconderti.
Bill si scosta per lasciarti passare ed entra dietro di te.
Casa sua è un appartamentino di poche stanze e sembra né più né meno che l’abitazione di un uomo senza una donna. Lui ride nervosamente e ti chiede di scusare il disordine, non è abituato a ricevere visite.
«Vuoi qualcosa?» ti chiede gentilmente, mentre tu ti guardi intorno.
«Sì, purché sia alcolico e aiuti a dimenticare.»
Ridi, cercando di buttarla sullo scherzo. Bill riempie un bicchiere di vino rosso per te e uno per sé, e non chiede, non fa domande. Brindate a non si sa cosa. Il vetro dei bicchieri tintinna.
Ti domandi se quello che c’è fra voi possa già essere definita una relazione. È una parola che un po’ ti rende euforica e un po’ ti fa paura.
Più tardi, quella notte, temi la sua reazione quando timidamente gli confessi di non essere mai stata con un uomo.
Siete sul letto e lui ti stringe fra le braccia e ti accarezza la schiena e i fianchi, gioca con i capelli che ti arrivano oltre le scapole. Erano raccolti in una treccia e lui li ha sciolti lentamente, per poi raccoglierli tutti in una mano e scostarli e baciarti il collo facendoti rabbrividire e sorridere. Ora sei sdraiata contro di lui. Senti il rigonfiamento del suo pene attraverso la stoffa dei jeans che indossa premere contro il punto più sensibile di te. Abbassi la mano ed è come toccare un sasso, solo che un sasso non palpiterebbe sotto la tua mano a tempo con il suo cuore.
«Non ho mai fatto l’amore con un uomo.» dici, piano, pensando che ora lui riderà di te.
Bill non ride e non dice niente. Ti accarezza lentamente un braccio, bacia una spalla lasciata scoperta dalla camicetta sbottonata a metà.
«Non farmi male.» sussurri, stringendoti a lui e seppellendo il viso nell’incavo fra collo e spalla.
Lui ti bacia. «Non ti farò male.» dice, e mantiene la promessa.
Sei nuda sotto le lenzuola, con la testa appoggiata al suo petto e gli occhi chiusi. I tuoi vestiti sono per terra assieme ai suoi. Bill ti accarezza con le dita la curva di un fianco.
«Ti posso chiedere una cosa, Misty?»
«Dimmi.»
Lui rimane in silenzio per un istante. «Che cosa vuoi dimenticare?» ti domanda poi.
Non rispondi, domandandoti se potresti cavartela con una scusa.
«Una persona che mi ha fatto male.» dici infine. Poi aggiungi: «Molto tempo fa.»
«E non ti va di parlarne, vero?»
«…No.»
Ti rannicchi contro di lui, tirandoti il lenzuolo fin sopra la testa.
«Dormiamo, Bill, per favore.»
Lui non insiste oltre.
Il mattino dopo ti svegli e lo trovi addormentato al tuo fianco. Sorridi e percorri con un dito la linea della sua spina dorsale. Poi all’improvviso hai paura, e allora sgattaioli fuori dal letto stringendoti addosso il lenzuolo per raccogliere i tuoi vestiti.
Bill si sveglia mentre ti stai riabbottonando la camicetta. «Dove vai?» ti chiede e tu eviti il suo sguardo. Finisci di vestirti e poi non sai bene cosa fare.
Lui si alza e ti appoggia le mani sul viso.
«Se ho fatto qualcosa di sbagliato permettimi almeno di rimediare.» ti dice, e tu sospiri.
«Non sei tu. Sono io. Non posso avere una relazione seria, non ne sono capace.»
Ti liberi dal suo tocco e vai a sederti sul letto, lo sguardo fisso sui tuoi piedi e sul pavimento.
Bill ti si avvicina lentamente. Si accovaccia davanti a te.
«Che ti succede, Misty?»
«Non lo so.» rispondi senza guardarlo «È solo che… è complicato.»
Bill non dice nulla. Si infila un paio di calzoni, il primo che trova, e scompare in direzione della cucina. Due o tre minuti dopo ricompare e ti porge una tazza di caffè.
«Sono un’idiota.» sussurri, tenendo fra le mani la ceramica tiepida come per assorbirne il calore. Lo guardi timidamente, alzando gli occhi verdi. «Ho rovinato tutto, vero?»
Lui sorride.
«Niente che non si possa rimediare.» dice. Ti si avvicina e tu lasci perdere il caffè per appoggiare la testa contro il suo ventre. Bill ti accarezza i capelli e all’improvviso senti di aver bisogno di lui come di un salvagente a cui aggrapparti.
«Non farmi male anche tu, ti prego.» sussurri ripensando ai pomeriggi trascorsi in attesa che il telefono squillasse e a tutte le volte che hai pianto. Il vuoto rimarrà per sempre, forse; ma forse Bill può impedire che ti inghiottisca.
Si china verso di te e ti bacia.
«È tutto a posto.» sussurra, e tu gli credi.
*
Leggi il romanzo che Bill ha scritto per te stando seduta sul letto a gambe incrociate, con la testa appoggiata al suo petto. Avete appena fatto l’amore, e tu indossi una sua maglietta che ti arriva a metà coscia e nient’altro. Bill gioca con i tuoi capelli e attende pazientemente.
Quando finisci di leggere appoggi l’ultima pagina sul mucchio delle altre.
«Lo sai che è buono, vero?» dici a Bill. Lui ti tira scherzosamente i capelli e ti bacia.
«Volevo sentirlo da te.» dice «Buono nel senso di pubblicabile?»
«Oddio, non è che adesso mi farai vivere le pene e i tormenti dell’artista frustrato, vero?» ridi, inclinando appena la testa all’indietro «Ho detto che è buono. Cos’altro vuoi sentirti dire?»
Lui finge di pensarci per un lungo istante.
«Per esempio che muori dalla voglia di farlo con il prossimo Stephen King.» dice poi, baciandoti i capelli.
Tu alzi il viso e lo baci sulle labbra, chiudendo le dita sulla sua erezione. «Stupido.» sussurri dolcemente contro la sua bocca. Poi ti alzi e fingi di andare via.
«Torna qui.» esclama lui e ti afferra per la vita sollevandoti di peso, incurante dei gridolini di sorpresa con cui cerchi debolmente di protestare.
Hai quasi ventitré anni e il futuro che vedi davanti a te è roseo. Studi all’università e vedi Bill quasi tutte le sere, e il più delle volte resti a dormire da lui e fate l’amore. Sai che Bill ti ama e che farebbe qualunque cosa per te.
Capita sempre meno spesso che ti svegli nel cuore della notte e ti ritrovi sola fra le lenzuola aggrovigliate, mentre Bill dorme, a pensare che non è questo che hai sempre desiderato, che non è Bill che vorresti vedere sotto le lenzuola.
Sempre meno spesso, sì, ma qualche volta succede ancora.
Poi, però, chiudi gli occhi e ti dici che è passato troppo tempo perché possa ancora fare male. Sono quasi dieci anni che non lo vedi. Sono quasi dieci anni che continui incessantemente a ripeterti le stesse cose.
Eppure, se chiudi gli occhi, riesci ancora a rivedere ogni più piccolo particolare del suo viso.
Sai che è una ferita che non smetterà mai di sanguinare.
Non dirai mai a Bill che certe volte quando vieni pensi ad un ragazzo che hai visto per l’ultima volta quando avevi quattordici anni, e che da allora non ti ha mai cercata.
*
Vi incontrate al solito posto. Ma questa sera Bill ha una sorpresa per te.
Ti mette in mano una scatoletta blu, e ride della tua faccia atterrita.
«Non preoccuparti.» dice «Non è un anello.»
«Allora che cos’è?» domandi ingenuamente tu. Bill ride.
«Aprilo e lo scoprirai.»
Dentro la scatoletta c’è una chiave. Non hai bisogno che sia lui a dirti quale porta apre. Alzi gli occhi lentamente, e Bill ti sorride.
«Vieni a stare da me, Misty.»
Tu lo guardi, domandandoti per un istante se sia veramente quello che hai sentito. Poi sorridi, e con gli occhi che brillano gli butti le braccia al collo come se non lo vedessi da mesi. Lui ti prende per la vita, sollevandoti e facendoti fare un mezzo giro in aria prima di rimetterti giù.
«Immagino che questo sia un sì.» dice ridendo e tu lo baci.
Quella sera leggi qualche pagina del suo nuovo romanzo mentre lui batte sui tasti della sua macchina per scrivere. Il protagonista è un uomo che si invaghisce di una giovane donna, che si porta dietro un oscuro segreto legato al suo passato.
«Sono io la donna del libro?» gli domandi più tardi, mentre siete a letto.
Bill cerca l’interruttore della lampada sul comò.
«E chi lo sa?» dice, rivolgendoti un sorriso irresistibile e beffardo. Spegne la luce.
Tu sbuffi, poi ti muovi verso di lui nella penombra azzurra e gli sali a cavalcioni, inchiodandolo al letto, le cosce strette attorno ai suoi fianchi.
«Sei ancora sicuro di non volermelo dire…?» sussurri maliziosa, accarezzandogli il petto.
«Più che sicuro.» dice lui. Ti afferra un polso e ti tira verso di sé fino a che i vostri volti non sono vicini, e ti bacia.
«Però forse, se me lo chiedi per favore…»
Lentamente tu fai scivolare la mano verso il basso. Fra lui e la tua mano ci sono i suoi boxer di cotone e nient’altro.
«Abbiamo sistemi per farti cantare.» scherzi, stringendo le dita.
«Ne sono più che convinto.» dice Bill, e ti bacia di nuovo.
*
Una sera sei seduta sul vostro letto, indossi una camicia da notte lilla che ti lascia scoperte le spalle e arriva a malapena alle ginocchia, e ascolti il ticchettio della sua macchina per scrivere. Attendi nervosamente che lui venga a letto.
«Bill?» dici, quando infine lui si infila sbadigliando fra le lenzuola con un tascabile stretto nella mano, il dito indice a fare da segnalibro fra le pagine «Non volevo dirtelo prima di esserne sicura ma… Bill, ho un ritardo.»
«Un ritardo?» ripete lui senza capire. Tu sospiri.
«Un ritardo ritardo.»
Ci mette un po’, ma alla fine ci arriva.
«Sei incinta…?»
«Non ne sono sicura.» dici, ravviandoti nervosamente i capelli all’indietro «Ma ho un ritardo di due settimane, e non mi era mai successo prima.»
Bill ti guarda e i suoi occhi sono grandi e scuri. Cerchi di capire se sia spaventato, o emozionato, o felice, ma non riesci a interpretare la sua espressione. Bill rimane in silenzio per un lungo istante, guardandoti in quel modo.
«Hai fatto uno di quei test?» ti domanda poi.
«Non ancora.» ammetti, scuotendo la testa «Non ne ho il coraggio.»
«Perché…?» ti chiede Bill. Poi nel suo sguardo riesci finalmente a riconoscere un’emozione definita. Qualcosa che ti fa pensare che, forse, lui vuole questo bambino.
Qualcosa che ti fa pensare che lui abbia frainteso quello che vuoi tu, e infatti è così.
«Non… non lo vuoi?» ti domanda Bill e ha l’aria di aver paura della risposta.
«Lo voglio come non ho mai voluto nient’altro.» dici tu, ed è vero, perché vivi con lui da più di due anni eppure ti rendi conto ogni giorno di più di come il vuoto sia ancora lì. Per quanto insensibile una simile affermazione possa sembrare, Bill non può riempirlo, non del tutto. Non potrà mai. Bill non può salvarti da te stessa.
Un bambino, forse, potrebbe.
Bill ti guarda incuriosito.
«Allora di che hai paura?» ti domanda, e tu stringi le ginocchia al petto e non sai cosa rispondere.
Alla fine ti stringi nelle spalle. «Forse solo di non essere pronta a fare la mamma.» rispondi cercando di sembrare sincera, mentre in realtà pensi una risposta che non puoi e non potrai mai dargli, che quasi non osi dare neppure a te stessa: hai paura che neppure questo bambino cambierà veramente le cose, per te.
«Credo che chiunque la pensi così, la prima volta.» dice Bill e sorride. Ti crede. Si fida di te. Poi, di slancio, ti prende fra le braccia e ti stringe a sé e ti bacia. Ti dice che vuole il bambino; ti dice che non desidera altro. Tu gli dici che non sei ancora sicura, che forse hai sollevato tutto quel polverone per niente. Lui dice che è sicuro di no.
«Ti amo, Misty.» ti dice più tardi, mentre fate l’amore. Non te l’ha mai detto prima.
Tu chiudi gli occhi e nel buio delle tue palpebre chiuse non vedi il volto di Bill.
Senza neppure pensarci, rispondi: «Ti amo anch’io.»
E ignori con decisione la vocetta che nella mente ti sussurra bugiarda, bugiarda, bugiarda.
*
Sei seduta sul coperchio del water e hai fra le mani il bastoncino di un test di gravidanza.
Bill non c’è, è uscito a comprare il pane e il latte. Ne hai già parlato con lui, ma avevi bisogno di fare questa cosa da sola.
Ora sei dietro la porta chiusa del bagno, hai i capelli raccolti in una treccia disordinata da cui sfuggono molte ciocche che ti cadono davanti al viso, e ti mordi le labbra guardando quelle due linee rosa. Ricontrolli il foglietto delle istruzioni, ma in realtà non ne hai bisogno.
Hai venticinque anni, non molti, ma neanche troppo pochi. Hai la fortuna di avere un uomo che ti ama e farebbe qualunque cosa per te, letteralmente. Per te e per questo bambino.
Ti accarezzi il ventre con dolcezza, pensando alla vita che cresce dentro di te.
E di colpo sei certa di qualcosa che il test di gravidanza non può dirti: è una bambina.
Forse non ti salverà, ma sai che terrà lontano il vuoto.
Quando Bill tornerà, correrai ad abbracciarlo con tanto impeto che lui lascerà cadere il sacchetto di carta con gli acquisti e la bottiglia del latte si romperà spargendo il suo contenuto su tutto il pavimento, ma non importerà a nessuno dei due. Bill si inginocchierà per terra in mezzo al latte e ti bacerà la pancia, e tu riderai, accarezzandogli i capelli. Dopo farete l’amore sul divano, e lui ti stringerà fra le braccia e ti dirà che ti ama.
Ma questo momento è solo per te.
*
Tua figlia pesa alla nascita due chili e ottocento grammi.
Non avete ancora deciso come chiamarla. Bill propone Rose, il nome di tua madre, pensando di farti piacere. Tu ti opponi con forza, dici che non vuoi che il presente si porti dietro l’ombra del passato. Eppure propendi, con timido entusiasmo, per Ashley.
«Perché Ashley?» ti chiede Bill. Tu ti stringi nelle spalle.
«Mi ricorda una persona.» dici, e lui sa che non riuscirà a farti dire di più.
Il nome che figurerà sul certificato di nascita è Ashley Natalie Steiner.
*
Hai ventisei anni.
Ashley ha cinque mesi, cresce robusta e sana. Hai lei e hai Bill, e sai di amare entrambi, e che saresti capace di mettere il mondo a ferro e fuoco per entrambi. In apparenza hai tutto quello che una donna potrebbe desiderare.
Eppure ti manca qualcosa.
Ti illudi di non sapere cosa sia, ma la realtà è che lo sai fin troppo bene.
Una sera dici a Bill che vai a fare visita a tua sorella Daisy. Bill si preoccupa, ti chiede se sia successo qualcosa. Tu scuoti la testa e ti sforzi di sorridere, timorosa che lui possa leggerti negli occhi la verità; dici che vuoi soltanto passare un po’ di tempo con tua sorella, che non vedi da molto anche se vi sentite spessissimo per telefono. Bill sembra poco convinto, ma non cerca di fermarti e non ti fa altre domande.
È questo, forse, che ha permesso alla vostra storia di durare così a lungo senza che fra voi ci sia mai stato più di qualche sporadico battibecco, conclusosi ogni volta con te che gli tenevi il muso fino a che lui non ti chiedeva scusa.
Il fatto che lui non abbia mai insistito per conoscere quello che tieni nascosto.
Prendi la macchina, e mentre giri la chiave d’accensione pensi di andare davvero da Daisy. Ma è un pensiero che, per quanto razionale, resta sul piano delle ipotesi. Svolti nella direzione opposta e continui a guidare, finché un cartello stradale non ti informa che stai lasciando Cerulean City.
Per l’ultima volta, pensi di svoltare e tornare indietro.
Sai già che non lo farai.
Mentre guidi lungo una strada sterrata in aperta campagna, ti chiedi che cosa stai facendo.
Arriverai là, e poi? Non ti illudi di avere il coraggio di andare a bussare alla sua porta. Non ti illudi neppure di avere il coraggio di arrivare davanti ad una finestra e fermarti lì con la speranza di vederlo anche solo per un istante.
Quando infine arrivi a Pallet sei riuscita a convincerti che ti tratterrai giusto il tempo di renderti conto di aver fatto un viaggio inutile, e che poi tornerai indietro.
Da Bill e da Ashley. Dove dovresti stare.
Cinque minuti dopo non ne sei più così sicura.
Parcheggi l’auto in centro. Al contrario di Cerulean City, Pallet non è una città grande. Ci sono comunque un paio di locali ancora aperti a quell’ora ed è lì che ti dirigi, intenzionata a prenderti la sbronza più colossale della tua vita.
Sei in un minuscolo bar illuminato dalla luce morbida di lampade rosse, con le braccia appoggiate al bancone. Paradossalmente ordini una tequila tonic, come la sera in cui hai conosciuto Bill.
Che cosa stai facendo? ti domandi. Ti stringi nelle spalle. Non hai una risposta.
Svuoti il bicchiere in due sorsi, lo appoggi sul bancone e chiami di nuovo il barista.
«Un’altra, per favore.»
Un paio d’ore dopo giocherelli distrattamente con la cannuccia. Hai bevuto abbastanza perché la realtà attorno a te abbia assunto le tinte vagamente sfocate di un sogno e stai meditando di bere ancora, fino a che non cascherai svenuta per terra, magari.
Poi pensi a Bill, che ti crede a casa di Daisy. Pensi ad Ashley. Pensi che la cosa più giusta da fare sia tornare a quella parvenza di normalità… per quanto faccia male.
Magari finirai in qualche precipizio con la macchina prima di essere arrivata a Cerulean. Non riesci a trattenere una risatina amara. Risolverebbe molti problemi.
Paghi la consumazione e ti volti per andartene. E senza dubbio hai bevuto qualche bicchiere di troppo, perché prima di essere arrivata a metà della sala vai clamorosamente a sbattere contro qualcuno.
«Scusa.» borbotti, e fai per continuare. Poi alzi gli occhi, quasi per caso, e incontri i suoi.
E speri, preghi, desideri con tutte le tue forze che in questo stesso istante il tuo cuore smetta di battere, spontaneamente, smetta senza clamore di pompare il sangue nelle vene.
Farebbe meno male.
Non lo vedi da dodici anni. L’ultima volta che l’hai visto era solo un ragazzino, e anche tu. Eppure hai impiegato meno di un istante per riconoscerlo.
«Misty…?» sussurra lui incredulo, guardandoti.
Vorresti annuire, ma la verità è che non riesci a fare altro che restare lì e guardarlo.
L’immagine di lui si confonde. Hai gli occhi pieni di lacrime. Sono anni che non piangi più per lui.
Sono anni che non permetti più a te stessa di piangere per lui.
Poi torni di colpo alla realtà.
E sì, decisamente hai bevuto qualche bicchiere di troppo, stasera.
Perché senza neppure pensare ti lanci fra le sue braccia, e lo baci.
Lui non ti respinge. Ti tiene stretta nell’aria fumosa del locale, accarezzandoti le spalle, la schiena, i capelli sciolti in una cascata rosso rame.
«Misty.» sussurra di nuovo e continua a ripeterlo: «Misty, Misty, Misty…»
Tu piangi e lo baci, le braccia attorno al suo collo, le dita affondate nei suoi capelli scuri.
«Ash.» bisbigli, così piano che poi ti domandi se ti abbia sentita.
Non importa.
Ash ti tiene fra le braccia. Importa solo questo.
Poi di colpo ti rendi conto di quello che stai facendo e lo spingi via. Pensi a Bill, che non ti fa mai domande perché si fida di te; e ti fai schifo. Ti lasci cadere di schianto su una sedia, nascondendoti il viso con le mani.
«Sono un’idiota.» sussurri. E poi, senza trovare il coraggio di guardarlo: «Scusami.»
Senti che lui si avvicina. Quando finalmente alzi gli occhi lo vedi davanti a te e improvvisamente hai paura di non essere in grado di sostenere questa situazione un momento di più. Distogli lo sguardo di colpo e ti alzi per scappare via.
Lui ti ferma.
Ti afferra per un braccio e ti tira verso di sé, ti guarda con un’adorabile faccia da bambino sconvolto. Ti chiede dove stai andando, cosa ti succede.
«Io… non posso.» sussurri, con la voce che trema ancora per le lacrime di poco fa «Non dovrei neppure essere qui… io…»
Scoppi a piangere di nuovo. Ash ti lascia andare e tu rimani dove sei. Lui ti abbraccia e tu continui a singhiozzare sulla tua spalla.
«Facciamo una passeggiata.» sussurra, dolcemente «Ti va?»
*
Camminate vicini per i vialetti di un parco illuminato dalla luce della luna e di poche sporadiche lampade da giardino. L’aria è fresca e lui ti ha offerto la sua giacca. Te la stringi addosso con lo sguardo che non osa staccarsi dalle piastrelle rossastre sotto ai vostri piedi. Non vi siete detti nient’altro.
L’aria fuori dal locale ti ha chiarito un po’ le idee. Ora ti senti stupida più che mai.
«Perché non ti sei mai fatto sentire…?» sussurri infine, con gli occhi fissi a terra «Hai idea di quanto ho aspettato di ricevere una tua telefonata, o una tua lettera? Hai idea di quanto ti ho aspettato?!»
Lui si ferma e per un lungo momento non risponde.
«Pensavo che mi avessi dimenticato.» dice poi.
«Io pensavo che mi avessi dimenticata tu.» ribatti, fermandoti a tua volta.
Ash scuote la testa. Neanche lui ha il coraggio di guardarti.
«…Non l’ho mai fatto.»
«E secondo te che cosa dovevo pensare?!» quasi lo aggredisci. Hai di nuovo gli occhi pieni di lacrime. «Ti ho aspettato per anni, alla fine mi sono rassegnata, ho pensato che non ti importasse niente di me e ho fatto di tutto per dimenticarti.»
«Misty…»
«Ho una bambina.» dici, come se questo giustificasse tutto «Ho un uomo che mi ama e che non mi ha mai trascurata, di sicuro non si è mai sognato di sparire senza lasciare traccia. Dovrei essere felice, giusto? Non dovrei desiderare nient’altro, non è così? Allora secondo te perché sono qui stasera, perché sono venuta a Pallet?!»
Non gli lasci il tempo di rispondere.
«Perché ti amo, pezzo di idiota!» urli, allontanandolo da te con uno spintone «Perché in dodici anni non ho mai smesso di amarti!»
Ash cerca di avvicinarsi a te e tu lo spingi via di nuovo.
«Dodici anni! Per dodici anni non ti sei degnato neppure di chiamarmi per sapere come stavo!»
«Mi dispiace, Misty…»
«Ti odio!» gridi, scoppiando in singhiozzi di nuovo «Va’ via, non voglio più vederti! Ti odio!»
Lui ti afferra per le braccia, ti obbliga a guardarlo. Non allenta la presa quando provi a divincolarti.
«Smettila di parlare così!» esclama, scuotendoti con rabbia. Ti sta facendo male e all’improvviso ti ritrovi ad avere paura, proprio di lui che prima era per te il porto sicuro in cui rifugiarti.
«Credi che non mi sia importato niente? Credi che non abbia sofferto anch’io in tutto questo tempo?» ti urla in faccia e tu ti accorgi stupefatta che ha gli occhi lucidi di lacrime «Tutto il tempo che abbiamo passato insieme… quattro anni… la maggior parte di quei quattro anni tu li hai passati a trattarmi come una merda! Cosa dovevo pensare secondo te? Che quando ti avrei telefonato, o mi sarei presentato a casa tua, tu mi avresti accolto a braccia aperte?!»
Non rispondi. Lui ti guarda.
Poi ti tira a sé quasi con rabbia, e ti bacia.
Continuate a baciarvi, Ash ti tiene così stretta che quasi non riesci a respirare. E ti rendi conto di non essere mai stata così eccitata, con Bill. Hai creduto di amarlo, e ne sei ancora convinta, eppure non ti ha mai fatta sentire così.
Quando infine Ash ti lascia andare ti avvinghi a lui.
«Ti prego.» sussurri «Ti prego…»
Lui annuisce, le sue labbra scivolano ad accarezzarti avidamente il collo, mentre il suo corpo ti spinge con dolcezza contro il tronco di un grosso albero. Lasci cadere a terra la sua giacca e non lo respingi, non lo respingi quando le sue mani si infilano sotto la tua camicetta per slacciarti il reggiseno, non lo respingi quando le sue dita indugiano sulla chiusura dei tuoi jeans.
Mentre fate l’amore non pensi neppure per un minuto a Bill.
Hai indosso solo la camicetta slacciata e ti perdi nel movimento dei suoi fianchi, nel ritmo sempre più affannoso del suo respiro.
Dopo, vi rivestite in silenzio, senza guardarvi.
Sai che Bill ti crede da Daisy. E, senza che ti sorprenda troppo, ti accorgi che la cosa non ti importa.
«Sei in macchina?» ti domanda Ash e tu annuisci.
«Ti accompagno.»
Quando arrivate alla tua auto gli butti le braccia al collo e lo stringi con tutta la forza che hai. Sai, senza bisogno che nessuno dei due lo dica esplicitamente, che non vi vedrete mai più.
Dopo questa sera tu tornerai al tuo mondo e lui al suo, di cui tu non sai e non vuoi sapere nulla.
Di cui tu non fai parte.
«Vai.» ti sussurra dolcemente lui «Torna dai tuoi.»
«Non voglio.» rispondi, ma sai che alla fine salirai in macchina.
Lui ti bacia un’ultima volta. «Ti amo.» sussurra e tu non hai la forza di rispondergli.
Sali in macchina senza voltarti indietro. Mentre fai manovra per uscire dal parcheggio, la strada davanti a te si confonde nella foschia indistinta delle lacrime.
Vedi nello specchietto retrovisore la sua immagine farsi sempre più piccola e lontana. Fino a che non scompare, e non vedi altro che la strada.
Tornerai a casa e dirai a Bill di aver passato con tua sorella una splendida serata fra ragazze. E lui, come sempre, ti crederà o almeno non farà domande.
Sai che stai facendo la cosa giusta.
Eppure non riesci a smettere di piangere.
FINE
Buonasera a tutti, sono Ashley Ketchum, e questo è il blog che io e le mie amiche e admin KateR e Kogarashi abbiamo deciso di aprire, qui segue il regolamento:
Questo è il regolamento da seguire per una pacifica convivenza in questo blog.
Premessa: Innanzi tutto, vi ricordo che in questo blog si pubblica/scrive per passione, mai per ricevere recensioni o commenti, o per sentirsi dire "ke bella" quindi vi invito fin da subito, a non pubblicare unicamente per ricevere recensioni. Qui si scrive perchè ci piace farlo, non per altro.
Regolamento.
Assolutamente Vietato.
1- In questo blog, come in molti altri siti ecc, non sono ammessi i PLAGI. Se vediamo anche solo l'ombra di un plagio in una fic di questo blog, l'utente verrà cacciato dal blog, e le sue fanfiction saranno cancellate. Non è permessa nemmeno l'ispirazione non creditata, vi ricordo che noi autori mettiamo il cuore in ciò che scriviamo.
Come entrare a far parte del blog.
2- Per pubblicare una fanfiction in questo blog, non serve altro che contattare le amministratrici: KateRayearth (Kate R), FireDragons58 (Ashley Ketchum), Erygrafica (Kogarashi), naturalmente basterà contattare soltanto una di noi, e vi ammetteremo al blog non appena vi invieremo l'invito.
Abbiate pazienza nell'aspettare la nostra risposta, anche noi abbiamo una vita. Nel caso una delle admin non vi rispondesse entro una settimana, contattatene un' altra.
3- Non appena vi arriverà l'invito e potrete cominciare a postare le fanfiction, nel caso non sappiate come fare, ecco a voi una semplicissima guida da poter seguire.
Entrate nel pannello pubblica sul blog, e incollate la vostra fanfiction inserendo obbligatoriamente una CATEGORIA. Ciò significa che dovrete crearvi la categoria con il TITOLO della fanfiction e accanto, se lo volete, potete scrivere il nome della SERIE da cui è tratta.
Faccio un esempio:
Se io Ashley Ketchum voglio pubblicare scriverò come categoria:
Little Story
Per creare una categoria, ogni volta, dovrò scrivere nel riquadrino di splinder accanto a dove ho incollato la mia fanfiction (sempre nel pannello di controllo) il titolo di essa, e ogni qual volta aggiornerò dovrò spuntare la casellina con il titolo della mia fanfiction.
Non preoccupatevi nel caso di alcuni sbagli, si può rimediare editando il post, e comunque se avrete difficoltà potrete contattare le amministratrici.
4- Per pubblicare dovrete compilare questo schema:
Titolo della fanfiction: //
Genere: (Romantico, Drammatico o ecc.)
Rating: (Per tutti, Per un pubblico avanzato, Per un pubblico maturo, vale a dire: PG, R O NC17.) *
Serie da cui è tratta la fanfiction: (Può essere da un manga, da un libro, o da un film, ma anche una original)
Capitolo: (Numero del capitolo)
Conclusa o No: (Se è una one shot allora metterete conclusa.)
Avvertimenti: (Vedere la nota dopo per questo.) **
* I Rating sono le età da cui si può leggere la fanfiction.
Se è:
PG: significa che potrà essere letta da chiunque.
PG13: Dai 13 anni in su, per scene o contenuti poco adatti.
R: contenuti quasi da persone mature. La fic potrà contenere scene violente o tematiche quasi adulte.
NC17: La fanfiction contiene tematiche adulte, o scene sessuali esplicite. Non è adatta spesso ai deboli di stomaco oppure a persone che non vogliono sapere.... ( xD)
**
Gli avvertimenti possono essere di vario genere.
AU: Alternate Universe, la fanfiction si svolge in un universo diverso o alternativo, oppure in un epoca o tempo differente da quello dello svolgimento dell'anime, libro o quel che sia.
OOC: Out Of Charaters, fuori dal personaggio. I protagonisti della fanfiction hanno un comportamento completamente diverso da quello tenuto nell'opera originale da cui si trae spunto.
Non per stomaci delicati: La fanfiction contiene contenuti particolarmente violenti.
Yaoi: parla di rapporti omosessuali tra i due protagonisti, maschi. Spesso con questo termine la relazione è esplicita, se invece la vogliamo indicare con termini più velati, usiamo l'avvertimento: Shonen Ai.
Yuri: Stessa cosa dello yaoi ma al femminile, per le più leggere si usa il termine Shoujo Ai.
Lemon: Fic con contenuti sessuali espliciti.
PWP: Fanfiction prive di trama (PLOT WHAT PLOT?) ma con contenuti sessuali espliciti molte volte.
Traduzione: Questo avvertimento serve per le fanfiction tradotte, naturalmente metterete il nome dell'autore originale dell'opera se traducete una fanfiction.
(Se avete altri termini da aggiungere, basta riferircelo. ^^)
4- Quarto punto, ma non meno importante, è VIETATISSIMO SCRIVERE LE FANFICTION CON LINGUAGGIO IN SMS. Se vedremo tale sgarro la Fic verrà cancellata.
E adesso passiamo al regolamento per le recensioni;
5- Per recensire è necessario lasciare il proprio nick alla fine del commento, o comunque è carino essere registrati a Splinder.
Vi comunico anche, che sono vietati i commenti in smsese e INSENSATI, scrivete cose usando un po' di cervello, non ci vuole molto ad articolare un discorso sensato, riprendendo parti della fic e commentandole.
Sono vietate le offese, non siete nessuno voi per offendere un autore, potete correggere suoi eventuali errori, criticarli se vedete scorrezzioni, ma mai dire che una fanfiction fa schifo.
Ah, un ultima cosa, è gradito che selezionate il carattere x-small per pubblicare.
Un lavoro è pur sempre un lavoro.
Per adesso questo è tutto, tenete d'occhio il regolamento, a volte potrà essere aggiornato.